Un passato transculturale: gli italiani di Tunisia

La Tunisia di oggi è figlia della sua storia e un ruolo importante può essere attribuito anche alla presenza dell’imponente collettività italiana che sin dall’800 ha abitato il paese contribuendo a creare le basi per quel processo di modernizzazione e di sviluppo avviato dalla nazione tunisina nella seconda metà del XIX secolo.

Se all’indomani delle trasformazioni avvenute nell’area mediterranea a partire dal 2011 la Tunisia odierna rappresenta l’unica esperienza democratica che sta resistendo all’oscurantismo, al dispotismo e alla radicalizzazione, lo deve anche al suo passato transculturale caratterizzato da scambi secolari con diversi popoli – tra cui maltesi, libanesi, turchi, russi – e una vita a stretto contatto con italiani e francesi che ha facilitato il formarsi di una società civile vigile e attiva.

La collettività italiana è sempre stata più numerosa di quella francese, anche dopo l’istaurazione del Protettorato nel 1881, siglato con il trattato del Bardo, momento storico noto come “lo schiaffo di Tunisi” per l’umiliazione subita dall’Italia che perse l’occasione di colonizzare, tanto che un economista francese all’epoca coniò una definizione passata alla storia: “la Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi”.

Si parla di oltre 120mila presenze di italiani in Tunisia a cavallo del 1930, ma dati non ufficiali indicano una cifra più alta, 190mila persone, che fece diffondere un’altra espressione rimasta nei libri di storia: “La Tunisia è un pezzo di Italia gettata nel deserto”.

Ondate migratorie

Si possono sintetizzare tre grandi ondate migratorie partite dalla nostra penisola verso la Tunisia: quella dei fuoriusciti politici, liberali, massoni, carbonari e mazziniani, tra cui molti ebrei livornesi, che cercarono rifugio nel paese maghrebino fino all’Unità del 1860 (Giuseppe Garibaldi vi approdò per la prima volta nel 1836 con il falso nome di Giuseppe Pane); quella dei contadini, in prevalenza siciliani, vittime della crisi agraria che approfittarono del trattato della Goulette stipulato nel 1868 tra Vittorio Emanuele II e il bey Mohammed es-Sadok che facilitò il consolidamento della collettività italiana; e quella dei lavoratori stagionali, operai e minatori provenienti soprattutto dalla Sardegna e diretti a Sfax e Gafsa, e degli anarchici, iniziata nel primo dopoguerra e proseguita per tutta l’era del fascismo.

coppia di italiani in Tunisia anni 60 (002)Quella italiana, dunque, è stata una migrazione multiforme ed eterogenea caratterizzata sia da un forte carattere regionale e da uno stretto legame con la patria, sia da una grande predisposizione all’apertura e alla curiosità verso i tunisini tanto da innescare significativi sincretismi linguistici e culinari e la nascita di un mosaico culturale che ancora oggi ha i suoi riflessi.

Il cosmopolitismo della prima metà del ‘900 in Tunisia può essere ben sintetizzato dal modo di raccontare il paese dell’epoca come “un luogo dove si lavorava solo dal lunedì al giovedì” perché il venerdì era festivo per gli arabi, il sabato per gli ebrei e la domenica per i cristiani. Descrizione che mostra l’aspetto comunitario del vivere usi e costumi delle diverse culture presenti sul territorio, tra cui le festività, scambiandosi pietanze e dolci appartenenti alle varie tradizioni senza percepirne distanze o fratture.

Vita sociale e culturale

Sin dal 1821 la collettività italiana godeva di istituzioni proprie di alto livello, tra cui scuole e ospedali, la Camera di Commercio, un orfanotrofio, la società Dante Alighieri e redazioni di giornali, grazie alle quali ha conservato la propria appartenenza linguistica e culturale fino al maggio 1943 quando, in piena seconda guerra mondiale, con l’ingresso delle truppe alleate entrarono a Tunisi, queste vennero chiuse provocando la dispersione di un enorme patrimonio di esperienze.

Resistette l’antica stamperia Finzi che aveva cominciato a stampare libri a inizio secolo, nel 1829, grazie al suo fondatore, l’esule carbonaro Giulio Finzi che arrivò a Tunisi da Livorno insieme a moltissimi altri italiani tra cui molti di origini ebraica, i cosiddetti grana. Questi ultimi rappresentano la borghesia e cominciarono a esercitare professioni liberali, dalla medicina all’avvocatura, dalla farmacia all’architettura, dalle attività commerciali a quelle industriale. Fu molto apprezzata anche la manodopera italiana nel campo dell’edilizia grazie al lavoro di pittori, stuccatori, mobilieri, mastri ferrai. È stato ‘italiano’ il cantiere più importante di inizio ‘900, quello del prestigioso ensemble municipal su avenue Bourghiba, il capolavoro dell’art nouveau tunisino di cui oggi rimane solo il Teatro. Gli attigui Plamarium e l’hotel Tunisia Palace sono stati demoliti.

Il contribuito creativo italiano nell’architettura tunisina si può trovare a Tunisi in un gruppo di palazzine di avenue de Londres, ma anche nei palazzi di piazza della Borsa, in molte case nel quartiere europeo, in rue de la Commission, in rue Sidi Bou Mendil e rue dell’Eglise, e nel grande palazzo che sorge al centro della Goulette, di fronte la chiesa, il noto quartiere portuale conosciuto anche come “Piccola Sicilia” per il gran numero di siciliani che lo abitarono.

Nelle campagne

Furono siciliani anche la maggior parte dei piccoli proprietari terrieri che si stanziarono anche nelle zone interne del paese e i pescatori che lavoravano nei centri costieri. Entrambi svolsero un ruolo di primaria importanza per la sviluppo del paese maghrebino. In molte zone di campagna furono gli italiani a preparare la terra per avviare l’agricoltura. Appena arrivati vivevano in capanne primitive costruite da loro stessi e fatte con muri a secco e tetti di paglia, solo negli anni riuscirono a costruire delle case. Fino alla prima guerra mondiale molti si dedicarono al disboscamento dei territori che appartenevano ai francesi e alla ripulitura delle terre dalla fitta boscaglia di arbusti spinosi, olivastri, rosmarino, per poter poi avviare la coltivazione di cerali e di leguminose, piantare ulivi e creare frutteti e vigneti.

Gli antifascisti

Anche negli anni del fascismo l’influenza degli italiani ebbe la sua rilevanza nel paese nordafricano, in particolare se pensiamo al contributo che questi diedero alla nascita del movimento comunista in Tunisia in cui confluirono socialisti, repubblicani, anarchici, arabi e italiani. Se pur furono molti gli italiani residenti sulla sponda sud del Mediterraneo a essere affascinati dalle tesi del fascismo, si creò una resistenza nazifascista molto ostinata, capeggiata da giovani italiani nati in Tunisia, tra cui Maurizio Valenzi (noto anche per essere stato parlamentare in Italia e sindaco di Napoli dal 1975 al 1983) e Loris Gallico, entrambi di origine ebraica, fortemente intenzionati a “smontare la vera faccia del regime” che sulla riva sud arrivava sfocata. Questa lotta antifascista, da metà degli anni 30, si mosse di pari passo con quella per l’indipendenza dalla Francia del popolo tunisino e furono i comunisti i primi a coniugare la liberazione dal fascismo con la lotta anticoloniale. Il pericolo di congiungimento delle forze antifasciste con il movimento di liberazione nazionale fu subito notato e fece scattare la repressione da parte del governo francese di Vichy alleato di Mussolini. A questo punto la lotta entrò nella clandestinità e gli antifascisti italiani non potettero sfuggire ad arresti, torture e carcere.

“Bisogna notare che l’atteggiamento di Mussolini nei confronti degli italiani di Tunisia fu altalenante – spiega la storica italo-tunisina Leila El Houssi, autrice del saggio “L’urlo del regime” (Carocci, 2014) – Il duce si spese solo in spot di propaganda verso i nostri connazionali, ma non diede loro mai un aiuto concreto. Strumentalizzò la collettività, tradendo anche chi credeva nel fascismo, fino a svenderla con gli accordi Mussolini-Laval siglato nel 1935”.

Omicidio Miceli

Un episodio significativo degli anni successivi fu l’omicidio dell’operaio comunista Giuseppe Miceli, segretario del circolo “Giuseppe Garibaldi”, avvenuto il 17 settembre 1937 a opera dei cadetti della nave scuola Vespucci e Colombo che organizzarono una spedizione punitiva verso gli antifascisti. Quest’evento provocò una protesta corale dall’eco internazionale alla quale partecipano anche i portuali nordafricani che si rifiutano di sbarcare le merci italiane. Per i funerali si mobilitarono migliaia di persone e vennero inviati anche esponenti dell’antifascismo internazionale, Velio Spano e Giorgio Amendola, ai quali il partito chiese di supportare il gruppo di Tunisi perché la Tunisia rappresentava ormai un pilastro dell’antifascismo del Mediterraneo.

Francesizzazione

La Tunisia ha vissuto sotto il Protettorato francese fino al 1956, per 75 anni, e la nostra operosa collettività si è trovata sempre in una posizione particolare non appartenendo né ai colonizzati, né ai colonizzatori. Per le sue dimensioni e la sua influenza in più settori, la collettività italiana era percepita dalla Francia come un “pericolo” tanto che fece partire un’operazione di “francesizzazione” per risolvere la cosiddetta “questione italiana”, ossia modificare il rapporto quantitativo tra le due comunità.

L’operazione si concluse nel 1943 quando, dopo la liberazione di Roma, la Francia colse l’occasione per imporre la chiusura di tutte le istituzioni italiane, dalle scuole alle associazioni fino alle redazioni dei giornali. La dirigenza degli ospedali passò a medici francesi, molti intellettuali furono espulsi e vennero emanate nuove disposizioni in tema di cittadinanza che imponevano la naturalizzazione di chi nasceva in Tunisia. Chi nacque negli anni ’40, dunque, fu vittima di una vera amnesia culturale che mise fine alla lunga e travagliata difesa dell’italianità portata avanti sin dall’800 dalla nostra collettività, in particolare dai siciliani che finché poterono mantennero vive le loro tradizioni, come la processione della Madonna di Trapani celebrata ogni 15 agosto nelle strade della Goulette.

La stampa periodica

Uno degli strumenti più usati per difendere la propria italianità fu la stampa periodica la cui introduzione contribuì a creare quell’ambiente di apertura e rinnovamento anche nel mondo tunisino. Sin dall’800 la nostra collettività si era munita di propri giornali, dal primo esempio datato 1838, “Il Giornale di Tunis e Cartagine”, fino all’intensificazione dopo la conquista francese che a sua volta apre giornali per sostenere la sua presenza. In questo confronto  tra giornali italiani e francesi, si inserì anche la stampa tunisina che fondò il primo giornale ufficiale “Le riad”, scritto in arabo, e proseguì con altri vivaci esempi che vennero pubblicati insieme a numerose testate italiane, sia espressione della borghesia (“L’Unione”, “La nuova Cartagine”, “La voce di Tunisi”), sia della contestazione sociale. Il più noto fu “L’Operaio” fondato nel 1887 da Niccolò Converti, seguito da “Il proletario”, “Il minatore”, “La voce del muratore”, “La voce dell’operaio”, come ha documentato lo storico Michele Brondino.

Quando il mito nazionalista arrivò sulla sponda sud del Mediterraneo nacquero altri giornali, tra cui “Il risveglio”, “La nuova Italia”, “La Patria”, “Il popolo tunisino”. Con il fascismo molte testate vennero eliminate o fascistizzate come “L’Unione”, mentre altre nuove furono portate alle stampe come “L’azione”, “L’adunata”, “Giovinezza”. Solo negli anni 30 nacque anche una stampa antifascista con “L’italiano di Tunisi”, “La voce nuova” e “Il Giornale”.

Dallo scoppio della seconda guerra mondiale tutti i giornali furono chiusi e riaprirono solo dopo la proclamazione dell’Indipendenza nel 1956 quando fu aperto “Il Corriere di Tunisi” ancora diffuso.

Habib Burghiba

“La Tunisia e l’Italia hanno sempre avuto relazione amichevoli. Adesso che abbiamo raggiunto l’indipendenza quest’amicizia non potrà che rafforzarsi. Gli italiani che vivono qui li consideriamo come nostri ospiti e li tratteremo da grandi amici. Con il loro lavoro si sono fatti amare e rispettare da tutto il popolo tunisino”. Così parlava degli italiani dell’altra riva Habib Burghiba da neopresidente del governo tunisino, intervistato nel 1956 per RadioRai proprio da un italiano di Tunisia, Ezio Zefferi, nato a Tunisi nel 1926 e trasferitosi a Roma nel 1943. L’intervista al leader che l’anno successivo viene proclamato presidente della Repubblica, fu realizzata in occasione di una festa delle organizzazioni giovanili neo-desturiane a Tunisi, anno in cui partì la cosiddetta “ri-tunisificazione” del paese, processo che penalizzò nel lavoro gli italiani di Tunisia e li costrinse pian piano a lasciare il paese soprattutto in seguito alla promulgazione di leggi che nazionalizzarono le terre.

In nave verso l’Italia

Testimone di quel momento storico è stata la scrittrice Marinette Pendola arrivata in Italia nel 1962, a 13 anni, con moltissime altre famiglie, dopo un lungo viaggio in nave. La sua vita ricominciò a Bologna dove fu chiamata rumia, termine che viene da ‘romani’ ed era usato all’epoca per definire gli europei di Tunisia. La più nota è sempre stata l’attrice Claudia Cardinale nata a Tunisi nel 1938.

“Era l’epoca in cui iniziava la migrazione da Sud a Nord – racconta la scrittrice -. Si cominciavano appena a conoscere i meridionali e noi, italiani di Tunisia, eravamo equiparati ai ‘terroni’, oppure incompresi del tutto perché venivamo da un posto ancora più a Sud, un Sud che nessuno poteva capire”.

Quel Sud più a Sud del nostro Sud “creava incredulità e stupore” negli italiani degli anni ‘60 perché, come ricorda Pendola, l’Italia era “un paesone di provincia”, poco propenso ad accogliere le diversità. “Noi ci sentivamo aperti verso altre culture. Eravamo abituati alla Tunisia cosmopolita, mentre l’Italia era un paese arretrato, riduttivo, chiuso e monolitico a livello culturale e religioso” spiega la scrittrice che si stupì nel trovare solo aratri trainati dai buoi nei campi intorno a Bologna, mentre in Tunisia si usavano già i trattori.

Non fu facile adattarsi per le centinaia di italiani di Tunisia approdati in una nuova terra che ai loro occhi appariva “straniera”. La maggior parte scelse di andare in Francia, ma anche chi preferì l’Italia pensando di vivere meno spaesamento trascorse molti anni di disagio. “Eravamo considerati diversi, strani – evidenzia Pendola -. Avere la pelle bianca forse ci ha salvato dal razzismo, ma si capiva che la Tunisia era considerata dagli italiani un mondo inferiore, di poco interesse. Come se ci fosse una gerarchia di valore dei luoghi! E invece per noi la Tunisia era casa, perché le radici profonde sono là dove sei nato e dove ti riconoscono, dove la gente sa che sei la figlia di…”.

Oggi

La collettività italiana presente oggi in Tunisia è composta da circa 5mila persone. “Solo mille persone fanno parte del gruppo storico di italiani in Tunisia, quelli nati e cresciuti qui, gli altri fanno parte di una nuova collettività di bi-nazionali formatasi anche in seguito ai grandi mutamenti vissuti dalla Tunisia negli ultimi sei anni” spiega Silvia Finzi, nipote del fondatore della prima stamperia della città, attuale direttrice de “Il Corriere di Tunisi”, diretto fino al 2012 dal padre Elia, e docente di Storia dell’emigrazione italiana all’Università di Tunisi.

“Il numero degli italiani di Tunisia storici è destinato a ridursi ulteriormente – aggiunge Finzi -, mentre è in crescita il gruppo formato da immigrati tunisini che hanno acquisito la nazionalità italiana durante il loro soggiorno in Italia, figli di coppie miste, oriundi italiani, pensionati che si stabiliscono qui per poter vivere in modo più dignitoso rispetto all’Italia e anche per via della detassazione parziale della loro pensione italiana, imprenditori e aziende che si sono trasferite anni fa nel paese e che ormai ci vivono stabilmente”.

La storica stamperia fondata da nonno Finzi a Palazzo Gnecco non esiste più, ma Claudio, fratello di Silvia, ha dato vita a “Officine grafiche Finzi”, una casa editrice che manda avanti la tradizione familiare. Anche “Il Corriere di Tunisi”, prima settimanale, poi quindicinale e oggi mensile, gode di buona salute. Ha festeggiato i suoi sessant’anni l’anno scorso e, nonostante le trasformazioni nel mondo dei media, riesce a vendere circa tremila copie anche grazie al web e ai giovani tunisini che studiano l’italiano e progettano di trasferirsi in Italia.

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