Questioni e problemi a partire da ‘Tempo guadagnato’ di Wolfgang Streeck

Da Reset-Dialogues on Civilizations

L’ultimo libro di Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, Milano 2013), costituisce una rielaborazione delle Adorno-Vorlesungen che ha tenuto presso l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte nel 2012. Subito tradotto in italiano, il suo contenuto è stato ripreso in lingua inglese nei primi due capitoli e in quello conclusivo del volume collettaneo, pubblicato negli stessi mesi, a cura di A. Schafer e W. Streeck, Politics in the Age of Austerity (Cambridge Polity Press, Cambridge 2013). Si è trattato di un fiammifero che aspettava solo di essere acceso per incendiare la prateria di un dibattito politico-sociale a corto di idee. Da allora i due libri stanno facendo discutere i più importanti studiosi sociali europei, compreso un botta e risposta sulla rivista Blätter für deutsche und internationale Politik tra Habermas (n. 5/2013, pp. 59-70) e Streeck (n. 9/2013, pp. 75-92), che da solo potrebbe costituire un piccolo instant book di sicuro successo (un suggerimento per l’editore di questa rivista).

Basta girovagare su internet o digitare su Google il nome dell’autore e il titolo del libro per rimanere stupefatti dalla messe di recensioni che si rincorrono sui blog più disparati: siti finanziari, anarchici, autonomi, sindacali, socialisti, liberali, neofederalisti, fascisti, perfino di nostalgici risorgimentali – tutti a commentare, chiosare, puntualizzare, sconcertati ma rispettosi, le tesi tanto estremiste quanto improbabili del libro (in primis, la fine il prima possibile dell’esperimento europeo e dell’avventura dell’euro). La ragione di fondo sta nella chiarezza espositiva e nella logica stringente con cui Streeck presenta la sua ricostruzione della sconfitta del lavoro negli ultimi quarant’anni, a partire dalla seconda metà degli anni settanta, e del parallelo declino della democrazia. Questa dunque la composita quanto contraddittoria platea del nuovo pubblico di Streeck, noto, fino al momento della pubblicazione di questo lavoro, esclusivamente all’esoterica setta degli studiosi di industrial relations, ma oggi sostenitore dei movimenti Occupy. Lo si vede dalle scarse informazioni che circolano su di lui nelle discussioni in rete: la ragione sta nel fatto che ai più il nome di questo sociologo tedesco non dice nulla, nonostante sia disponibile nella nostra lingua larga parte della sua produzione accademica, almeno una quindicina di lavori tra saggi e volumi.

Eppure Streeck può essere considerato, per quanto riguarda le scienze sociali, con tutte le cautele del caso, l’ultimo erede diretto della Scuola di Francoforte. Nato nel 1946, ha fatto in tempo, sul finire degli anni sessanta, a seguire presso l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte le ultime lezioni di Adorno (1903-1969), partecipare ai seminari di Habermas (1929), stringere una duratura amicizia con Claus Offe (1940). All’inizio della sua relazione al convegno del 2012 in onore di Offe, a cui partecipavano anche Jürgen Habermas, Philippe Schmitter e Jon Elster, Streeck ha ricordato la frustrazione per le difficoltà incontrate, poco più che ventenne, nel seguire le lezioni di Habermas, troppo astruse e difficili. A spingerlo a continuare l’impegno nelle scienze sociali fu il suggerimento di Offe, l’amico di qualche anno più anziano ma già avvezzo alle strategie di sopravvivenza accademica: fare come lui, occuparsi di un tema del tutto sconosciuto a Habermas, così da impedirgli ogni possibilità di dire la sua. Per Streeck la scelta cadde sulle industrial relations, con un interesse tutto particolare alla loro dimensione politica, al loro contributo all’ordine sociale e alla “democrazia dei moderni”. Streeck diventò dunque un apprezzato studioso di relazioni industriali e, dopo aver insegnato per alcuni anni all’università di Madison, Wisconsin (1988-1995), finì per seguire le orme degli antichi maestri, Habermas e Offe, accasandosi presso la Max-Planck-Gesellschaft di Colonia, città dove tuttora insegna, mantenendo ininterrottamente da quasi vent’anni la carica di direttore del Max Planck Institut für Gesellschaftsforschung.

Prima di questo volume, la sua “fama tranquilla” era legata agli studi sulle associazioni datoriali e sindacali e sulle trasformazioni del capitalismo. Nei primi anni ottanta pubblicò alcuni dei saggi più influenti sul neocorporativismo, i più noti dei quali in compagnia di Philippe Schmitter, teorizzando (e auspicando) la superiorità delle democrazie capitaliste basate sui patti tripartiti tra stato, associazioni imprenditoriali e sindacati dei lavoratori, con ampia devoluzione di responsabilità alle parti sociali, in grado di assicurare una maggiore inclusività sociale e una redistribuzione più egualitaria dei redditi, senza danneggiare la crescita economica e la produttività delle imprese. Sempre a quel periodo risale l’ambiziosissimo programma di ricerca sull’associazionismo datoriale in occidente, le cui ipotesi di lavoro furono esposte in un famoso saggio tuttora da consigliare: The Organization of Business Interests. Studying the Associative Action of Business in Advanced Industrial Societies (P. C. Schmitter e W. Streeck, WZB Discussion Paper IIM/LMP/ 81/13, Colonia 1981). La ricerca gli scappò letteralmente di mano a causa delle difficoltà nel tenere assieme troppe variabili e troppi casi nazionali, aggravate in quegli anni “ante-internet” dai problemi logistici nell’organizzazione di un’indagine con due coordinatori, uno in Europa e l’altro negli Stati Uniti. Si trattava di errori da primo corso di metodologia della ricerca, ammessi con sincerità da entrambi i protagonisti in occasione del volume in onore di Schmitter per il suo ritiro dalla vita accademica (2006). Nessun rapporto di ricerca finale vide mai la luce anche se un’intera generazione di studiosi si formò all’interno di quel (confuso) progetto. Non a caso vennero pubblicati molti volumi nazionali, uno dei quali riguardava l’Italia (tra i tanti prodotti editoriali gemmati dal programma iniziale vale la pena ricordare il saggio di A. Martinelli e A. Chiesi, La rappresentanza degli interessi imprenditoriali come meccanismo di regolazione sociale, in Stato e regolazione sociale, a cura di P. Lange e M. Regini, Il Mulino, Bologna 1986). Alla fine, forse deluso dai rinvii di Schmitter, Streeck partorì un unico lavoro comparativo (Imprenditori e sindacati: eterogeneità degli interessi e capacità organizzativa, in “Stato e Mercato” n. 1, 1991, p. 7 e ss.) che mostrava come la frantumazione delle associazioni datoriali, elevatissima e comune in tutti i paesi studiati, andasse in direzione opposta alla tesi della maggior unitarietà degli interessi imprenditoriali, sostenuta in un influente articolo di dieci anni prima da C. Offe e H. Wiesenthal (Two logics of collective action, Political Power and Society Theory, a cura di I. M. Zeitlin, Greenwich, JAI Press, 1980, vol. I).

Questa veloce ricostruzione di un passaggio d’epoca nella storia della idee sociali di fine secolo scorso serve a capire quanto Streeck sia stato un attore protagonista, per nulla ai margini, del mainstream sociologico mondiale in tema di lavoro e relazioni sindacali. Come è noto, già all’inizio degli anni novanta, la prospettiva neocorporatista, più che indicare il futuro alle democrazie capitaliste occidentali, assunse sempre più i contorni della riscoperta nostalgica di un passato ricco di promesse poi non mantenute: i “trent’anni gloriosi” del compromesso keynesiano postbellico (fine anni quaranta/fine anni settanta), nei quali gli accordi neocorporativi garantivano la crescita economica, una ragionevole redistribuzione dei redditi, lo sviluppo del welfare state. A scombinare i modelli così ben disegnati da Streeck, Schmitter e compagni fu l’impatto non previsto della globalizzazione e della rivoluzione neoliberista che, ironia della sorte, presero avvio proprio nei primi anni ottanta, ovvero negli stessi identici anni cui esplodeva il neo-corporatist debate, a onor del vero con una ricchezza e una sofisticazione di argomentazioni inusuali nelle scienze sociali.

Streeck è stato il più consapevole di questo esito paradossale degli studi neocorporatisti e negli ultimi vent’anni – oltre ad aver portato il suo contributo a importanti commissioni governative – ha scritto saggi impegnativi per criticare il conservatorismo sindacale tedesco, specie durante i due mandati di Schröder: i suoi strali contro “l’uso privato del pubblico interesse” si sono rivolti contro le strategie datoriali, politiche e sindacali, a causa dell’opportunismo con cui si cercava di difendere le rendite di posizione. Il severo esame del comportamento dei sindacati tedeschi negli anni dei governi Schröder, portò Streeck a concludere che “an SPD chancellor cannot govern against the unions and the opposition at the same time” (Industrial Relations: From State Weakness as Strength to State Weakness as Weakness. Welfare Corporatism and the Private Use of the Public Interest, in Governance in Contemporary Germany. The Semisovereign State Revisited, a cura di S. Green e W. E. Paterson, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 163). Ancora qualche anno fa, Streeck continuava a pensarla allo stesso modo, anche se con uno scetticismo via via crescente: cercare un approccio riformista per salvare il nocciolo del modello sociale europeo, per quanto ammaccato e sotto tiro (Re-forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy, Oxford University Press, Oxford 2009).

Poi arriva il fallimento di Lehman Brothers e il crollo delle borse mondiali e, come negli anni ottanta, la crisi impone alla riflessione teorica di rileggere l’intero passato postbellico alla luce dei nuovi inattesi eventi. Streeck è forse lo studioso che con maggiore radicalità cerca di offrire una nuova lettura del capitalismo del novecento alla luce degli esiti catastrofici del 2008. Lo fa andando a riscoprire tre libri pubblicati quarant’anni fa, il primo di Habermas (La crisi della razionalità nel capitalismo maturo, 1973 ed. orig.), il secondo di Offe (Lo stato ne capitalismo maturo, 1973 ed. orig.), il terzo di O’Connor (La crisi fiscale dello stato, 1973 ed. orig.), proponendo la tesi che essi fossero in anticipo sui tempi e, con qualche importante aggiustamento, risultino più attuali ai giorni nostri rispetto ad allora. Streeck non cita Sergio Bologna e il “gruppo di lavoro sulla moneta” (Andrea Battinelli, Lapo Berti, Serena Di Gaspare Franco Gori, Christian Marazzi, Marcello Messori, Mario Zanzani) che si aggregò intorno alla rivista “Primo Maggio”, anche in questo caso a partire dal 1973, ma a una lettura odierna appaiono sorprendenti le analogie e le convergenze tra i due percorsi teorici. Lo Streeck attuale opera infatti un riposizionamento politico su tesi di sinistra radicale, in un territorio non molto diverso da quello dell’operaismo nostrano, quasi un ritorno agli anni giovanili in parte simile alla traiettoria che da noi – per altri motivi, in primis Berlusconi – hanno imboccato alcuni studiosi un tempo riformisti moderati, come Luciano Gallino.

Ma proviamo a raccontare i contenuti del libro. Tempo guadagnato inizia con una critica delle teorie della crisi sviluppate negli anni settanta dalla Scuola di Francoforte, in particolare da Habermas. Secondo Habermas, infatti, il consensus per le politiche anti-cicliche di stampo keynesiano diffusosi nelle società capitaliste avanzate aveva accantonato il rischio delle classiche crisi cicliche come quella del 1929. Tuttavia a partire dai tardi anni sessanta, periodo di relativa prosperità economica, il capitalismo era stato investito da una crisi di legittimazione in seguito alla mercificazione e all’invasione dei “mondi della vita” da parte dei mercati e delle burocrazie statali. Secondo Streeck, tale analisi non è corretta almeno per tre ragioni. A) La crisi di legittimazione è stata all’epoca sopravvalutata. Il rifiuto del lavoro subordinato era diffuso solo in alcune frange studentesche, molto meno tra gli operai, mentre proprio in quegli anni le donne entravano sempre più nel mercato del lavoro, accettando come “liberazione” la subordinazione al lavoro salariato. A questo proposito Streeck ironizza sugli effetti controintuitivi dei movimenti femministi, visto il loro effetto calmieratore sul mercato del lavoro, funzionale a incrementare l’offerta di manodopera in un momento di piena occupazione (maschile). B) Poi, negli anni ottanta, si è registrato un ritorno dell’individualismo consumista, ben lontano da quanto supposto dai teorici della “crisi da legittimazione”, i quali immaginavano una resistenza dei “mondi vitali” alla mercificazione capitalista di cui non si è vista traccia. C) Infine, la capacità degli stati di agire come regolatori del capitalismo è stata sopravvalutata, di converso è stata sottovalutata la capacità del capitale di sottrarsi al patto sociale keynesiano per imporre un modello liberista su scala sovranazionale.

La crisi attuale è, secondo Streeck, il risultato di una mancata redistribuzione del reddito che fu imposta dallo “sciopero dei capitali” degli anni settanta ma che fu resa politicamente sostenibile grazie a una pace sociale acquisita tramite una spesa pubblica finanziata non con le tasse sul capitale e i redditi elevati ma 1) prima con l’inflazione; 2) poi con l’indebitamento pubblico; 3) infine con l’indebitamento privato, sfociato nella bolla finanziaria del 2008. Per Streeck queste strategie dilatorie si sono esaurite, non sono più riutilizzabili, ma il capitale sarebbe oggi in una posizione sufficientemente forte per fare un ulteriore salto di qualità attraverso lo svuotamento delle istituzioni democratiche e lo smantellamento dei diritti sociali, attraverso lo spostamento del potere politico in sedi sopranazionali non rappresentative (come, ad esempio, l’Unione europea) e il suo esercizio da parte di élite tecnocratiche non rappresentative.

Nel secondo capitolo Streeck rivede in chiave critica le teorie prevalenti in tema di common pool, per cui la proprietà collettiva è per definizione una modalità di gestione più inefficiente rispetto alla proprietà privata. Secondo tali teorie, gli eccessivi debiti pubblici sarebbero stati causati da un fallimento della democrazia, la quale spinge i politici a effettuare spese insostenibili nel lungo periodo, sotto la pressione delle proprie costituencies, allo scopo di venire rieletti. Tuttavia, analizzando l’andamento del debito pubblico dei paesi occidentali, Streeck cerca di mostrare – non sempre in modo persuasivo – come esso sia andato crescendo in corrispondenza dei tagli fiscali, della deregulation e della finanziarizzazione che hanno preso piede a partire dagli anni ottanta, quando il movimento operaio era già stato sconfitto dallo sciopero dei capitali. Gli alti deficit sarebbero quindi una caratteristica propria del capitalismo neoliberista, dove lo stato non sarebbe in grado di sostenere adeguatamente le proprie spese con la tassazione. Secondo Wagner, ad esempio, l’avanzare del capitalismo richiederebbe un aumento progressivo della spesa pubblica per finanziare la formazione di capitale umano e le infrastrutture e per far fronte alle crescenti esternalità di mercato. Tuttavia, nel capitalismo neoliberista, molte funzioni statali, tra cui quella dello stesso finanziamento dello stato, sono state privatizzate in modo da renderle immuni al controllo democratico. Le prove statistiche che Streeck porta a sostegno delle sue tesi sono la parte più debole del lavoro e sono discutibili, non fosse altro perché le due grandezze in gioco non sono tra loro commensurabili come lui vorrebbe: non è questa la sede per una disanima tecnica, ma va sottolineato che i debiti statali accumulati per il welfare sono di entità decine di volte più grandi della crescita dei profitti da capitale e finanza, per cui dalla constatazione che i secondi crescono (fatto certo) non discende che una tassazione adeguata dei profitti e delle rendite sarebbe stata da sola sufficiente a riequilibrare i deficit pubblici (prognosi errata). Può trattarsi di una strategia legittima di tipo equitativo ma non è (solo) per questa via che si può sperare di ridurre i debiti pubblici dei paesi occidentali.

L’elemento più innovativo del libro sta probabilmente nell’analisi del passaggio dallo “stato fiscale”, dipendente dai e responsabile di fronte ai cittadini per il proprio finanziamento, allo “stato indebitato”, dipendente dai e responsabile di fronte ai propri potentissimi creditori (le banche d’affari internazionali e le loro “società di recupero crediti”), e infine allo “stato consolidato”, caratterizzato dal deficit democratico dell’Unione Europea e da soluzioni autoritarie per la repressione dei conflitti sociali. Il potere dei rentiers del debito risulterebbe confermato dalla gestione della crisi finanziaria del 2008, che è stata affrontata trasferendo risorse dei contribuenti a istituzioni finanziarie che avevano versato relativamente poco in termini di tasse e che avevano estratto consistenti rendite dalla proprietà di titoli di stato: se quindi c’è un problema di common pool, esso è dovuto secondo Streeck a un difetto di democrazia, non a un suo eccesso. I costi della crisi sono stati scaricati sulla gran parte dei cittadini, in modo da evitare le ire dei “mercati”, ovvero degli stessi rentiers del debito. In questo quadro, nella “diplomazia finanziaria internazionale”, il sostegno internazionale a uno stato debitore diventa un “atto di solidarietà” ai suoi creditori e al ceto superiore dello stato debitore, che trae anch’esso benefici dalle politiche di austerity. Si tratta di una delle parti più felici del libro perché mostra bene come l’indebitamento pubblico non sia neutro, ma produca a sua volta la nascita di una specifica classe in posizione di rendita, quella della grande finanza internazionale, capace di lucrare e speculare sulle difficoltà degli stati nazionali. Forse Streeck dipinge in modo un po’ troppo intenzionale queste catene di sant’Antonio (debiti privati, cartolarizzazioni, prestiti internazionali, rating, interessi sui debiti sovrani) come se fossero governate da una sorta di “grande vecchio” (il capitale), quando sappiamo bene quanto poco unitari siano questi attori finanziari e quanto siano solcati da fratture, divisioni, conflitti. Tuttavia, sul fatto che loro siano i primi a trarre vantaggio dal vicolo cieco in cui si sono cacciate le democrazie moderne non c’è dubbio di sorta: basta leggere la gustosissima nota 33 di p. 234 a proposito del fondo Pimco e dei modi tutt’altro che trasparenti del funzionamento delle aste sui titoli pubblici.

Il terzo capitolo comincia analizzando un articolo di Hayek del 1939 che auspica l’avvento di una federazione europea come strumento per limitare al minimo la possibilità di intervento degli stati nella regolamentazione dei capitali. Il capitolo procede mostrando come l’Ue sia diventata esattamente il meccanismo voluto da Hayek per sottrarre la sfera economica al controllo democratico; la politica diventa in questo modo intrattenimento per i ceti medi (da noi, “riflessivi”) e le differenze tra i partiti vengono confinate ai temi “etici”, senza che sia possibile valutare strategie alternative nella gestione dei fatti economici. Come è noto, nella Ue la Commissione non viene eletta e il parlamento europeo non approva le leggi. Inoltre, i meccanismi istituzionali della Ue rafforzano circuiti decisionali opachi, lontani dalla trasparenza, poco visibili ai cittadini, ma ben interconnessi con quelli in cui operano le élite finanziarie internazionali. I criteri di convergenza pongono vincoli sostanziali agli stati, obbligandoli de iure all’adozione di politiche liberiste. Ma soprattutto, l’unione monetaria conferisce alla Bce un grandissimo potere, libero dal controllo dei singoli stati.

L’assenza di sovranità monetaria costringe i paesi che non sono in grado di competere con l’export dei paesi più avanzati alla “svalutazione interna” invece che alla svalutazione della moneta, puntando sulla riduzione del costo del lavoro, rafforzando così un circolo vizioso fondato sulla loro posizione subordinata all’interno della divisione internazionale del lavoro. È qui il caso di ricordare, sulla scorta di molti studiosi del secolo scorso, che le colonie si sono sempre caratterizzate come esportatrici di prodotti a basso valore aggiunto e come mercati di importazione per prodotti ad alto valore aggiunto. Tra le conseguenze di questa nuova dislocazione dei poteri ci sono lo smantellamento dei compromessi neocorporativi, il declino dei sindacati e del loro ruolo, ma anche il ridimensionamento parallelo delle associazioni datoriali. I contratti sono sempre più individualizzati e i singoli lavoratori vengono lasciati soli ad affrontare il capitale nel “libero” e sempre più precarizzato mercato del lavoro. Il welfare state viene ristrutturato e in parte privatizzato, riducendo ulteriormente il potere contrattuale del lavoratore nel mercato del lavoro (ad esempio, in Germania, attraverso le riduzioni delle indennità di disoccupazione). Ad ogni modo, difficilmente il consolidamento fiscale ridurrà la dipendenza degli stati dai rentiers del debito, perché a tal scopo sarebbero necessari decenni di avanzi di bilancio, inoltre il trend attuale è quello di una progressiva diminuzione (relativa al Pil) degli introiti da tassazione.

Nella seconda parte del capitolo, Streeck esprime il suo scetticismo nei confronti di una convergenza tra i livelli di sviluppo economico dei vari paesi dell’Ue, condizione necessaria affinché l’Ue diventi “area valutaria ottimale” e sfugga alle conseguenze negative a suo tempo evidenziate da Hayek. I trasferimenti di risorse ai paesi mediterranei sono stati inefficaci e viene proposto l’esempio italiano come caso esemplare dell’incapacità di colmare il divario tra le proprie aree arretrate e quelle avanzate. Per Streeck, le teorie economiche mainstream non sono in grado di spiegare il fallimento delle politiche di sviluppo nel Mezzogiorno italiano perché considerano la razionalità di mercato non come un costrutto sociale ma come un dato universale, immediatamente utilizzabile ovunque. Le scienze sociali, invece, sarebbero in grado di spiegare l’arretratezza del Mezzogiorno mettendo a fuoco la “struttura sociale molto tradizionalista del Meridione, insistendo sul predominio ininterrotto di un’élite locale che avrebbe paura di perdere i propri privilegi con un’effettiva modernizzazione capitalistica” (p. 160). Le risorse trasferite al Mezzogiorno sono quindi state catturate dalle élite locali e usate in gran parte a fini consumistici piuttosto che per investimenti produttivi.

A livello europeo le prospettive di successo sono ancora più irrealistiche: mancano tanto la vicinanza culturale che l’identità nazionale necessarie a legittimare gli aiuti; le élite locali sono ancora più lontane dal controllo del potere centrale; il volume delle risorse richieste è enorme. Le risorse realisticamente disponibili bastano solo a comprare il consenso all’unione monetaria delle élite dei paesi mediterranei (e a finanziare gli import dai paesi del “core” europeo). Con l’ingresso nella Ue dei paesi dell’Est poi, il progetto di convergenza tramite aiuti può dirsi definitivamente archiviato, resta solo l’espansione del libero mercato nell’Eurozona. “I mercati” sono interessati al mantenimento dell’euro perché hanno investito in questa valuta e vogliono ottenere il rimborso integrale dei prestiti concessi in euro. Inoltre, come già detto, l’euro è garanzia di un minore potere di intervento degli stati nell’economia. L’euro favorisce le industrie dell’export dei paesi più forti (la cui posizione coincide con i sindacati dei lavoratori di tali paesi) perché le rende immuni dalle tentazioni protezioniste dei paesi deboli. Inoltre i problemi economici dei paesi in deficit fanno scendere il tasso di cambio dell’euro rispetto alle altre valute, il che migliora le opportunità commerciali della parte più competitiva dell’industria europea anche al di fuori dell’Europa. Nei paesi del Sud Europa, l’adesione all’euro è sostenuta da un’alleanza tra gli apparati di stato e una classe media urbana orientata verso l’Europa occidentale. Le linee d’azione rispetto alla crisi sono state le seguenti: 1) gli stati insolventi devono essere salvati da altri stati e non dai rentiers del debito; 2) le banche in difficoltà non vanno nazionalizzate ma devono essere salvate con i fondi pubblici; 3) si deve impedire agli stati insolventi di fare default; 4) dato che una soluzione è possibile solo tramite la svalutazione generale del debito pubblico, ciò deve avvenire lentamente, in modo da permettere ai grandi investitori, che potrebbero adottare azioni punitive, di ristrutturare i propri portafogli.

Nel capitolo finale, Streeck osserva che il potere sulle politiche economiche si sta concentrando sempre più nelle mani delle banche centrali, che diventano government of last resort (governo di ultima istanza) senza avere il problema di legittimazione politica normalmente associato alla funzione di governo. La Bce ha “risolto” la crisi comprando i titoli di stato dei paesi indebitati dalle banche che li avevano già acquistati. Dalla seconda metà degli anni ottanta, il tasso medio di crescita dei paesi industrializzati è diminuito costantemente. Una nuova crescita che assicurasse la stabilità della democrazia capitalistica richiederebbe un rovesciamento di tale tendenza, e non si capisce come ciò potrebbe avvenire. Lo svuotamento della democrazia richiederà strumenti efficaci per marginalizzare ideologicamente, disaggregare politicamente e tenere sotto controllo chi non si adegua. A questo punto Streeck si chiede se sia possibile democratizzare l’Europa. L’elezione diretta dei presidenti di Commissione e Consiglio cambierebbe poco “poiché essi non contano nulla rispetto al presidente della Bce e della Corte di giustizia europea – per non parlare del presidente della Goldman Sachs” (p. 205). Inoltre, le differenze nazionali tra i vari paesi europei sono troppo marcate per consentire un’unione politica reale. A parere di Streeck, l’unica soluzione è l’abolizione dell’unione monetaria (paragonata al gold standard) e il ritorno a un sistema di tassi di cambio flessibili (oppure, in alternativa, ad una Bretton wood europea) in modo che gli stati in difficoltà nell’immediato possano nuovamente fare ricorso alla svalutazione per trarre respiro quando incalzati dalla competizione internazionale, invece che dover ricorrere all’abbassamento del costo del lavoro. Inoltre il ritorno alla “sovranità monetaria” garantirebbe maggiori possibilità di mettere i mercati e i capitali in qualche misura più sotto il controllo degli stati democratici. L’euro non dovrebbe essere abolito, ma potrebbe continuare a esistere accanto alle valute nazionali come moneta di riferimento e di ancoraggio.

Come si è visto dalla ricostruzione che abbiamo svolto, l’idea di Streeck è quella di un contrasto divenuto insanabile tra popolazioni lavoratrici sempre più impoverite e capitalismo delle élite globali sempre più alla ricerca di nuove fonti di guadagno per ricostruire i margini di profitto. La storia si sviluppa in tre fasi: prima attraverso l’inflazione (seconda metà degli anni settanta e prima metà degli anni ottanta), poi attraverso il debito pubblico (anni ottanta e novanta), infine attraverso le liberalizzazioni e la crescita a dismisura del debito privato (anni duemila). Ne deriverebbe un conflitto non più mediabile tra democrazia e capitalismo, con la conseguenza che, per salvare le classi medie e il welfare state in difficoltà dopo i “trent’anni gloriosi” a causa dell’esaurirsi del compromesso keynesiano, andrebbe contrastata la globalizzazione capitalista, anche attraverso una tattica di arretramento temporaneo, ovvero in primis riconoscendo l’errore dell’euro e la necessità di un suo abbandono a favore di una ripresa del controllo sulla moneta e della leva del cambio da parte dei singoli stati nazionali.

Venendo da uno studioso tedesco, più volte in passato consulente del governo, analisi e terapia si prestano a osservazioni ironiche. Ancora: pur rivelandosi molte tesi del libro alquanto forzate e corroborate da statistiche non così esplicative come l’autore vorrebbe, argomenti e logiche discorsive sono sempre stringenti e mai banali, come del resto ha riconosciuto lo stesso Habermas nella sua recensione, pur da posizioni opposte, orientate al rilancio del progetto di unità politica dell’Europa. Colpisce il linguaggio indignato quando Streeck conclude che “il popolo greco è stato convinto a fare un investimento fraudolento, di vaste proporzioni e con la partecipazione attiva delle grandi fabbriche internazionali di denaro” (p. 188), oppure quando si scaglia contro “le scienze politiche accademiche (che) tendono a sottovalutare la forza che l’indignazione morale può provocare sul piano politico (…) Provano per ciò che definiscono “populismo” solo un elitario disprezzo, che condividono con i ceti dominanti che del resto amano frequentare” (p. 189), e infine quando inneggia a una sorta di resistenza etica: “Al momento, a chi si oppone allo stato consolidato non rimane molto altro da fare che buttare sabbia negli ingranaggi capitalistici dell’austerità e dei discorsi che la circondano” (p.190). Del resto lo stesso Habermas, nonostante il lusinghiero accostamento al 18 Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, osserva come “alla fine del libro egli mostra simpatia per l’aggressività cieca di una resistenza autodistruttiva che ha rinunciato a sperare in una soluzione costruttiva”, per poi chiedersi come mai l’analisi svolta non lo induca alla conclusione opposta, ovvero che sia necessario “rigenerare a livello sovranazionale quella forza regolatrice dei mercati un tempo concentrata nella legislazione democratica degli stati nazionali” (J. Habermas, Democrazia o capitalismo? La miseria capitalistica di una società planetaria integrata economicamente e frantumata in stati nazionali, in www.resetdoc.org, 2 settembre 2013).

Il mondo contemporaneo descritto da Streeck è popolato da quattro grandi attori collettivi: gli stati nazionali, ai quali vengono sottratti vieppiù poteri discrezionali perché indebitati; i capitalisti, sempre più internazionalizzati, finanziarizzati e coordinati tra loro; i cittadini, i cui redditi reali stanno calando, ai quali vengono imposti i costi degli aggiustamenti dei conti pubblici e ai quali viene sottratta la stessa democrazia nazionale; le istituzioni internazionali, governate da una nuova “casta” composta da tecnici, economisti, professori, una élite globalizzata espressione diretta del potere economico-finanziario attraverso le infinite revolving doors delle loro carriere personali. E i lavoratori? E il sindacato? Streeck vi fa qualche cenno distratto per suggerire come non faccia più parte dei quattro lati del problema. Vista la carriera dell’autore che abbiamo per rapidi cenni raccontato nel primo paragrafo, ma anche vista la rivista che ospita queste riflessioni, il tema non può essere liquidato con una battuta.

Il problema non è tanto lo union sundown, il tramonto del sindacalismo profetizzato fin dal 1983 da Bob Dylan, per quanto faccia sorridere amaramente il fatto che trent’anni fa un menestrello aveva già a disposizione fonti e quadri concettuali per comprendere la direzione che il mondo avrebbe preso. Anche per chi – come il sottoscritto – aveva in passato considerato tale profezia come un annuncio troppo precipitoso, oramai ci sono pochi dubbi: lo si chiami come si vuole – declino, tramonto, accerchiamento – ma il sindacato è nei guai e sta attraversando uno dei periodi di minor appeal della sua storia: declino degli iscritti e del consenso popolare (almeno secondo i sondaggi di opinione); ripiegamento della contrattazione, sempre più di tipo “concessivo” e “difensivo”, come si usa dire in gergo; scarso seguito nella stampa e nei nuovi media; pochissima attenzione da parte di studiosi e intellettuali, tanto che in molte università sono stati chiusi i corsi di relazioni industriali e ai giovani ricercatori vengono suggeriti altri campi di studio con maggiori prospettive di carriera. La letteratura di settore segnala inoltre, su un piano più generale, tre variabili indipendenti che congiurano contro la rivitalizzazione dell’esperienza sindacale: i cambiamenti strutturali dell’economia (globalizzazione), l’impatto delle nuove tecnologie (informatica e internet), gli assetti istituzionali delle relazioni tra attori sociali (liberismo). Sotto questo profilo Streeck è giustificato nella sua disattenzione. Ovunque nel mondo, l’intreccio di queste tre variabili erode in modo inesorabile gli assetti tradizionali delle negoziazioni e delle tutele sindacali. L’esito finale e convergente risulta essere una riduzione strutturale del peso dell’attore sindacale, che ottiene sempre meno risultati nel conseguimento dei suoi obiettivi, specialmente nell’ambito delle relazioni industriali (che dovrebbe essere la sua arena elettiva). Attenzione: il sindacato non scompare, una sua sopravvivenza subalterna e marginale viene anzi in qualche modo “istituzionalizzata”, non viene messa in discussione la sua esistenza burocratica, ma a tramontare è il suo ruolo di attore rilevante nel poligono di forze su cui si regge l’economia, la politica e la società nel mondo di oggi.

Il punto di svolta sono gli anni settanta e l’assenza di una strategia sindacale di rafforzamento degli assetti neocorporativi. Perché quegli assetti non hanno resistito? Perché il sindacato non ha fatto tutto il necessario per difenderli, anzi è sembrato demolirli nella convinzione che fossero un limite alla sua forza espansiva? Proprio sulla scorta delle molteplici osservazioni contenute in questo volume, sarebbe utile uno sforzo ulteriore di approfondimento analitico per identificare le premesse al declino insite nelle scelte (in apparenza) vittoriose fatte negli anni del sindacato in auge. In questa prospettiva, l’irrilevanza attuale andrebbe spiegata con le scelte – o le non scelte, o le scelte sbagliate – che hanno punteggiato la storia passata del sindacalismo, ovvero con i vincoli imposti dal lascito degli anni ruggenti. Se il destino del sindacato dipendesse solo dalle scelte attuali dei suoi dirigenti, da qualche parte si dovrebbe rinvenire almeno un esempio, una “mosca bianca”, di successo sindacale. Se invece, come è facile constatare, il declino è universale, tranne in parte nei mitici paesi nordici sui quali torneremo, la conclusione che se ne deve trarre è che esso non dipende dalla qualità delle strategie ma dalle sfide a cui si deve fare fronte oggi, in primo luogo, e dalle eredità negative del passato, in secondo luogo. Insomma, invece della museificazione e della santificazione dei leader del movimento sindacale degli anni settanta, bisognerebbe avviare con il dovuto approfondimento una vera e propria “critica del sindacalismo forte”, per comprendere le ragioni dell’irrilevanza odierna, come pure per comprendere i margini (constraints) entro cui i dirigenti di oggi possono agire. Si pensi, ad esempio, al ruolo e alle teorizzazioni di Bruno Trentin, in particolare in tema di diritti, o al costante rifiuto della logica partecipativa, oppure alle vicende Fiat.

Non è questa la sede per una disamina esaustiva, ma si possono indicare alcuni spunti a mo’ di promemoria per quanto riguarda il nostro paese. Il primo e più ovvio esempio riguarda le pensioni. Il sindacalismo in ascesa conquistò le pensioni con il metodo retributivo nel 1969. Lo fece per tutti, fin da subito, anche per chi aveva stipendi altissimi (dirigenti d’azienda e del settore pubblico in primis), senza che mai nessuno in tutti questi decenni si sia fatto carico di una proposta sensata per mettere un tetto a una norma che, fatta con le più buone intenzioni, ha avuto l’effetto di dare molto di più a chi già aveva gli stipendi alti, o aveva la possibilità di elevarseli negli ultimi anni della carriera lavorativa. Solo oggi il nodo viene al pettine, ma per quarant’anni nessun sindacalista si è mai posto il problema di raddrizzare questa “furbizia” legalizzata a favore dei ceti più abbienti. Si tratta solo di un esempio, ma se ne potrebbero fare all’infinito. Per non parlare della scelta sindacale di risolvere i problemi di aggiustamento del settore industriale e degli apparati pubblici tramite i prepensionamenti, tanto in voga negli anni settanta, ottanta e novanta, e in parte all’origine del numero esagerato di pensioni oggi erogate nel nostro paese. A questo si aggiunge la resistenza inusitata all’innalzamento dell’età pensionabile – sarebbe istruttivo contare il numero di scioperi generali, tutti unitari, in nome di un principio/diritto solo proclamato e mai giustificato, i cui costi ricadono oggi in toto sulle spalle delle generazioni future. L’esplosione della spesa pubblica e il debito degli anni ottanta (pensioni + sanità + enti locali) da che cosa dipendono se non da un’eccessiva condiscendenza verso le cosiddette “conquiste”, che altro non erano se non privilegi generazionali – tutti sanciti da accordi unitari – scaricati sulle spalle di chi sarebbe venuto dopo? Streeck non è d’accordo e pensa che basterebbe tassare i redditi alti e le rendite finanziarie, ma non porta mai un numero a sostegno di questa sua illusione. Come abbiano già detto, si tratta della parte più debole della sua argomentazione.

Analoghe riflessioni potrebbero essere fatte a proposito del Sud e dell’ottimistica visione del ruolo che avrebbero avuto i patti d’area e i patti territoriali proposti negli anni novanta. Di recente tanto Nicola Rossi quanto Carlo Trigilia hanno scritto in modo autocritico su quelle vicende, nel corso delle quali, secondo alcuni calcoli, sono state sperperate più risorse che per l’intera Cassa del Mezzogiorno, con risultati infinitamente minori. Eppure non ci voleva molto per capire – già allora – che distribuire risorse localmente, in nome di una supposta virtuosa vitalità della società meridionale, avrebbe condotto a sperperi giganteschi consentendo alle classi dirigenti locali al comando di istituzioni (comuni, province, regioni) e associazioni (industriali, artigiani, commercianti, agricoli e forse anche sindacati) di arricchirsi con i soldi pubblici/europei e di spenderli in consumi “affluenti” (suv, seconda casa, barca, gioielli, etc.) privi della benché minima ricaduta in termini di sviluppo locale. Perfino un osservatore lontano come Streeck se ne accorge e giunge alle stesse conclusioni (pp. 159-172).

L’altro appuntamento mancato è quello con la strategia della partecipazione e della responsabilità, pur se timidamente tentata in qualche momento, specie nei primi anni ottanta. Il punto di fondo è che il sindacalismo degli anni d’oro è rimasto fino in fondo antagonista e ostile alla disciplina sui luoghi di lavoro, la cui piena accettazione è il primo presupposto di qualsiasi esperimento partecipativo. Non a caso la Cisl ha rotto con la Cgil sui punti di contingenza e non sui quaranta giorni alla Fiat, sui problemi di governo macroeconomico e di politica dei redditi e non sull’idea che l’ultima parola sui problemi di organizzazione del lavoro ce l’abbiano i dirigenti d’azienda e non i delegati sindacali. Nel corso dei decenni, il sindacato è arrivato a scontrarsi con i limiti immanenti all’espansione delle rivendicazioni. Un sindacato troppo forte e intransigente rischia di diventare un gruppo di protezione di interessi particolari, finanche corporativi, che possono andare a scapito di interessi più vasti e di più ampio respiro: basti pensare ai conflitti generazionali, frutto imprevisto e avvelenato delle conquiste, all’apparenza sacrosante, in tema di pensioni. Il rischio è quello di trovarsi a operare secondo una stretta logica di inclusione/esclusione che va a discapito di coloro che si trovano all’esterno della barriera protettiva dell’organizzazione. Un sindacato debole è senz’altro una tragedia per il lavoro subordinato, ma un sindacato troppo potente rischia a sua volta di condannarsi all’estremismo di facciata, come nel caso della Fiom, se non riconosce che potere e responsabilità, come diceva Guido Baglioni nel 1980, sono due facce della stessa medaglia. Purtroppo questo nodo gordiano non è mai stato sciolto in modo risolutivo (esigibile, nel linguaggio sindacale), né prima né dopo la stagione degli allori. Sotto questo profilo, ritorna d’attualità l’insegnamento di Mancur Olson quando sottolineava, in Ascesa e declino delle nazioni. Crescita economica, stagflazione, rigidità sociale (Il Mulino, Bologna 1984), come il peso irresponsabile delle constituencies sindacali e datoriali sui bilanci pubblici avrebbe condotto alla stagnazione se non si fosse verificata una svolta neoliberista oppure una loro responsabilizzazione (caso nordico). Streeck non ne è convinto ma, ancora una volta, il suo racconto è perfettamente compatibile con una lettura alternativa, più realistica, che metta nel dovuto conto le tendenze overlapping degli anni settanta e ottanta.

Quelli fin qui citati sono tutti esempi di come il “sindacato di oggi”, ovunque nel mondo, debba fare i conti con le contromosse ai successi del “sindacato di ieri”. Tale reazione è sicuramente guidata dal pensiero neoliberista e da chi sta in alto nella scala sociale. Fin qui Streeck ha ragioni da vendere. Ma la domanda da porsi è la seguente: perché questa reazione neoliberista ha così tanto consenso in quelle che un tempo si chiamavano “le classi subalterne” e nelle classi medio-basse escluse dai circuiti finanziari internazionali? Perché non c’è una reazione/mobilitazione progressista alla dilagante reazione neoliberista? La risposta che spesso si tende a dare, a volte anche tra le righe di questo volume, rinvia a una sorta di “cospirazione del male”, organizzata nell’ombra da oscuri potentati, con al vertice le trame delle grandi società finanziarie internazionali. Non mi pare venga in questo modo colto il punto dolente. Certo, conta lo squilibrio nei rapporti di forza, l’insignificanza di molte proposte sindacali e politiche, ma bisogna pur chiedersi perché i lavoratori e i cittadini (tranne i pensionati) abbiano ritirato la loro fiducia nell’azione sindacale come via per il miglioramento delle loro condizioni di vita. A mio avviso, conta molto più di quanto si creda il peso di decenni di “effetti perversi dell’azione collettiva”, a cui i sindacalisti di ieri non hanno prestato la dovuta attenzione. Se un lavoratore viene danneggiato dallo sciopero dei ferrovieri, prima o poi ne riterrà responsabile il sindacato, non i ricchi del mondo; se un lavoratore acquista una Fiat con molteplici difetti dovuti con ogni evidenza al processo produttivo, prima o poi se la prenderà con la scarsa qualità dovuta al “potere operaio” sulle linee, non con il Marchionne di turno che cerca di farle funzionare; se un lavoratore non può fare gli straordinari che vuole per prendere qualche soldo in più, prima o poi sarà il sindacato a essere messo sotto accusa; e avanti così con tutti i mille altri esempi di questo tipo (basta solo pensare a cosa accadeva e accade nel pubblico impiego).

Probabilmente è ingeneroso chiedere ai sindacalisti di farsi carico di questi dilemmi. Ma allora bisogna accettare l’idea che il sindacalismo debba essere tenuto a bada, frenato, limitato, perché, come qualsiasi altro monopolio, quando è troppo forte tutela in modo eccessivo una parte di interessi a scapito di un’altra parte di interessi che pur convivono all’interno degli stessi individui. La reazione agli eccessi sindacali a partire dagli anni ottanta prende il nome di “svolta neoliberista”, pour cause, quasi a mettere in chiaro il fastidio popolare verso un eccesso di azione collettiva di tipo disciplinatorio che aveva dominato gli anni del “contropotere sindacale” e che forse spiega la non reazione a politiche oggettivamente divisive. Sotto sotto è quanto sembra pensare in modo implicito anche Streeck visto che, dopo una vita passata a studiare le relazioni sindacali, in questo libro non pone alcuna speranza in una loro rinascita per risolvere i problemi da lui sollevati, nonostante riguardino il cuore stesso dell’azione sindacale: la redistribuzione dei redditi e il livello di vita delle classi meno abbienti.

Un ultimo problema viene a questo punto a intersecasi con la discussione fin qui svolta: il tema della “democrazia dei contemporanei” e i ruolo delle élite (anche sindacali). Molto tempo fa, Giovanni Sartori si domandò cosa fosse da preferire: una più ampia partecipazione dei cittadini ai processi decisionali (la democrazia in entrata), oppure una più estesa distribuzione equitativa di beni e servizi (la democrazia in uscita). In termini analitici, la democrazia in entrata ricerca il consenso ex ante: dunque, quasi per definizione, lo trova sempre, pur se a scapito della “qualità” dei beni pubblici prodotti; la democrazia in uscita verifica la soddisfazione dei cittadini ex post, correndo forse più rischi ma anche capitalizzando meglio le risorse (tasse) estratte ai cittadini. In questi decenni, tale biforcazione teorica ha scavato a lungo e in modo imprevisto nelle accademie di mezzo mondo, ma quel che conta rilevare in sede finale, proprio sulla scorta dell’ultimo Streeck, è quanto difficile possa essere il futuro dello stato democratico quando vengono meno tutte le aspettative di una qualche redistribuzione “in uscita”, quando anzi lo si immagina programmaticamente votato a squilibrare i rapporti tra ricchi e poveri. Nel volume inglese, uscito sempre nel 2013 e citato all’inizio di questo articolo, Politics in the Age of Austerity, vi è un importante saggio di Sven Steinmo a proposito del modello svedese (Governing as an Engineering Problem: The Political Economy of Swedish Success, pp. 84-107), con un sorprendente siparietto finale tra Streeck e Steinmo. L’importanza della vicenda svedese – e per estensione di Norvegia, Danimarca e in parte del Belgio – non ha bisogno di spiegazioni perché ha a che vedere con l’unica area del mondo in cui resiste un sindacato forte e allo stesso tempo non vi sono le sindromi da “stato indebitato” denunciate da Streeck. Il compromesso keynesiano è vivo e vegeto. Anche se aggiustamenti e austerity non sono mancati, sono stati condotti prima e in modo equitativo da sindacati e partiti di sinistra, non dopo una sconfitta, solo da parte delle controparti liberiste.

Nonostante le migliaia di ricerche sulle relazioni sindacali, molto spesso inutili e ripetitive, sappiamo poco in chiave comparativa su che cosa davvero conti il sindacato dentro e fuori i luoghi di lavoro. Tuttavia, da quel che si intuisce anche da questo saggio di Steinmo, in Svezia da molti decenni il sindacato ha rinunciato a qualsiasi “contropotere” interno ai luoghi di lavoro in cambio di solide garanzie per quanto riguarda: a) la sua sopravvivenza organizzativa (sistema ghent); b) la politica dei redditi (accordi neocorporativi); c) un welfare fortemente egualitario e redistributivo. Rinuncia al “contropotere” significa qualcosa di ben più concreto di una vaga aspirazione partecipativa, significa che in azienda comandano i dirigenti e che compito dei sindacalisti, presenti nei consigli di amministrazione, è quello di convincere i lavoratori ad adeguarvisi, anche quando la decisione è quella di licenziare o chiudere uno stabilimento. Nessun sindacalista nostrano di qualsiasi sigla sindacale potrebbe seguire l’esempio svedese, ma si dovrà pur riflettere sul fatto che, nonostante la globalizzazione e l’onda neoliberista siano giunte anche in Svezia e nei paesi contermini, tali modelli abbiano retto senza sostanziali scossoni. Certo, anche lì sono arrivati i tagli alla spesa pubblica, ma con la partecipazione del sindacato e senza mettere in discussione il compromesso neocorporativo. Streeck scrive a Steinmo chiedendogli come mai i cittadini svedesi non protestino e non scendano in piazza contro le politiche di austerity e il relativo peggioramento delle condizioni di vita. E lui risponde come avrebbe potuto rispondere Sartori: “Molti pensano che la Svezia abbia raggiunto i suoi notevoli risultati per il fatto di essere il paese più democratico al mondo (…), e che siccome i risultati sono stati progressisti il processo dovesse essere stato democratico”. Non è così, la Svezia non conosce un processo democratico partecipativo ma “un sistema politico nel quale le élite hanno una considerevole discrezionalità e autonomia per fare ciò che credono per tutelare al meglio gli interessi dei loro cittadini, e solo in un secondo momento i cittadini possono giudicare se queste élite siano state veramente efficaci” (p. 103, traduzione nostra). Steinmo conclude dicendo che il modello svedese si è costruito in un lunghissimo arco di tempo grazie a tre condizioni: élite lungimiranti e convergenti (comprese quelle sindacali) che spesso hanno preso decisioni contrarie all’opinione dei cittadini e dei lavoratori; una forte deferenza sociale dentro e fuori dei luoghi di lavoro; un’ampia fiducia interna alle diverse componenti dell’élite, come pure tra i cittadini e le élite. Insomma, “Tronti a Stoccolma”, prima le élite e poi il popolo: la sua “autonomia del politico”, vista la poca fortuna in patria, ha trovato rifugio e gloria da quelle parti. Se questo tipo di approccio fosse anche solo in parte verosimile, la ricostruzione storica del dopoguerra dovrebbe mettere a fuoco come mai in alcuni (pochi) paesi alcune élite sindacali e politiche lungimiranti (di sinistra) siano riuscite nel capolavoro di “salvare capra e cavoli”, mentre nel resto del mondo occidentale all’unisono le élite sindacali e politiche di sinistra, a volte con arroganza pseudo-intellettuale, non sono riuscite a fare altro che scavarsi da oltre trent’anni la fossa sotto i piedi in nome della fedeltà a incomprensibili “principi non negoziabili”.

Si tratta di parole e orizzonti inattuali nella babele democratico-populista della contemporaneità. La siderale distanza che separa la composta discussione nordica dalla caciara nostrana segnala da ultimo la ragione del cul de sac in cui si sono infilate le democrazie contemporanee, il loro evidente declino, ma, insieme, l’inevitabile tramonto di un sindacato incapace di fare i conti con i propri successi (passati). Streeck sembra prenderne atto e cercare altrove, nel populismo, nelle “moltitudini” à la Toni Negri, i potenziali di resistenza critica: a fronte del progressivo svuotamento della democrazia, “se il popolo dello stato, organizzato democraticamente, può dimostrare il proprio senso di responsabilità solo rinunciando alla propria sovranità nazionale e limitandosi per generazioni a garantire la possibilità di ripagare i propri creditori, potrebbe allora risultare più responsabile tentare, per una volta, la strada del comportamento irresponsabile”, cioè la ribellione di strada. A parte le facili battute sull’irrealismo dell’alternativa proposta da un anziano studioso prossimo alla pensione, a noi basta constatare il ritardo di un dibattito nostrano che sembra incapace di fare i conti con i problemi duri dell’attualità e che si rinchiude nelle riserve indiane degli scontri su “rappresentatività”, “titolarità contrattuale” ed “esigibilità dei diritti”, per non parlare del tormentone sulla “democrazia partecipativa”.

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