Archivio 2008 – Küng: “Quando lo portai a Tubinga con me”

Dossier
Sommario

Intervista comparsa su La Repubblica il 22 maggio 2008.

Fu Hans Küng, il teologo svizzero, lui, il grande critico della visione curiale-romana della Chiesa a mettere Joseph Ratzinger su una cattedra-chiave per la sua carriera, quella di teologia dogmatica di Tubinga. «Si sono stato io a proporlo unico loco (candidatura secca, senza le «terne» consuete dei concorsi accademici) per la cattedra parallela alla mia, perché era il più qualificato in Germania – spiega – e volevo uno forte che potesse collaborare con me. E infatti abbiamo collaborato. Per tre anni». L’intellettuale e religioso, ottantenne, conosciuto in tutto il mondo per la sua ispirazione conciliare, ecumenica, aperta al dialogo con le altre religioni, favorevole a una procreazione responsabile, avverso al dogma dell’infallibilità, è autore di una importante trilogia su Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Indubbiamente lei fece fare al futuro Benedetto XVI un balzo decisivo nella ascesa gerarchica perché Tubinga era una posizione di enorme prestigio accademico. Qualcuno ironizzò subito: a chiamare professori forti «si rischia».

«Ho chiamato il collega più forte, non il mediocre; professori mediocri chiamano mediocri, professori forti chiamano colleghi forti. Ratzinger aveva solo 37 anni nel 1965, ma che fosse forte è confermato dalla carriera che poi ha fatto. Negli anni del concilio l’ho conosciuto come una persona simpatica. Per tre anni ha funzionato, abbiamo impostato insieme una collana editoriale, «Ricerche ecumeniche», poi è andato a Regensburg ed è diventato sempre più conservatore. E poi prefetto della Congregazione della dottrina fede.»

E dunque non è pentito di quella chiamata unico loco?

«No, però in seguito le nostre vie nella Chiesa sono state totalmente differenti. Lui ed io rappresentiamo due modi di essere cattolici, una nel senso della curia romana, una nel senso del Concilio Vaticano II. E io non sono solo. Ci sono molti che condividono con me la convinzione che la Chiesa abbia bisogno di riforme. Solo una minoranza esigua, per esempio, condivide la dottrina ufficiale della Humanae Vitae sulla preclusione a una regolazione responsabile delle nascite.»

Il suo era un carattere destinato al ruolo di ribelle, come capita a tanti?

«No, non era il mio destino. Era semplicemente necessario che io facessi la mia battaglia. Certo avevo un forte senso della libertà, che viene dalla mia gioventù in Svizzera, negli anni segnati, oltre i confini, dal nazismo e dal fascismo, e che viene dalla cultura della mia famiglia. Poi anche i sette anni a Roma, al Collegio Germanico e Ungarico e alla Gregoriana, e poi il Concilio mi hanno molto arricchito, anche se portando dei conflitti. Ho vissuto un tempo molto interessante. Ma non ero un ribelle, sapevo essere ubbidiente collaborare con altri; ho sempre avuto amici, sono radicato nella comunità cristiana cattolica. Non sono un lupo solitario.»

Il conflitto con il «partito romano» della Chiesa attraversa la sua vita. Lei descrive i metodi di controllo in modo molto crudo: l’inquisizione e gli inquisitori, terrorismo spirituale, mobbing, dossier sui dissidenti, compreso quello su di lei. Per la cronaca (e gli archivisti) c’è anche il numero di codice: «399/57i».

«Vero, ma a Roma ho anche avuto molti amici e a Roma ho potuto vivere da vicino esperienze straordinarie, seguire il pontificato di Pio XII, assistere e celebrare riti nella basilica di San Pietro. Sono un insider della vicenda della Chiesa e non ho nessun risentimento antiromano. Vero anche che le esperienze romane mi hanno reso critico verso una concezione del Papato che è un prodotto dell’XI secolo. Sono stato un membro leale della Chiesa, leale ma critico.»

Le sue memorie raccontano delle delusioni, anche a proposito del «Papa dei tedeschi», Pio XII.

«Certo all’inizio ci aveva entusiasmati, a noi del Collegio Germanico. Era come uno di noi, per la sua cultura, per la sua attenzione alla cultura tedesca, sembrava essere aperto, poi è diventato sempre più rigido e sono arrivate le condanne, con la Humani Generis di teologi come Teilhard de Chardin, di Yves Congar, moniti, epurazioni nei confronti dei preti operai, scelte che mi lasciarono seri dubbi che potessero corrispondere a uno spirito cristiano.»

E delusione anche nel caso di Ratzinger. Ci furono momenti in cui lei pensava con lui e con Karl Rahner di formare un «club di avanguardia» nella riforma teologica in senso ecumenico e aperto all’idea della salvezza anche nelle altre fedi. Ratzinger invece è l’autore della Dominus Iesus, l’epistola del 2000, che chiude ogni varco: nulla salus extra ecclesiam.

«La mia visione è stata ecumenica fin dalla mia tesi di laurea sul grande teologo svizzero protestante Karl Barth e fin dai miei primi anni a Roma. Ma non dimentichiamo che il Concilio ha affermato una visione ecumenica, ha aperto le porte alla riconciliazione con gli Ebrei, ha valorizzato la Bibbia nella liturgia, vi introdotto l’uso delle lingue nazionali, ha riconosciuto il valore del laicato, ha riformato la devozione popolare: tutto questo era l’aspetto positivo, ma era solamente una metà. Ce n’era purtroppo anche un’altra.»

La «settimana nera» nella terza sessione del Concilio, dopo la morte di Giovanni XXIII, con Paolo VI. Che cancella buona parte del lavoro cominciato nelle prime due.

«Non solo purtroppo una “settimana nera”. C’è stata l’opposizione del nucleo duro della curia romana contro il Concilio, per tutto il Concilio, prima, durante e dopo. Hanno dato battaglia contro il decreto sulla libertà religiosa, sugli ebrei, contro il rinnovamento della liturgia e hanno impedito di portare a compimento le riforme lasciando irrisolte questioni di enorme importanza: il rifiuto di un controllo delle nascite affidato alla responsabilità personale, la mancata soluzione del problema dei matrimoni misti, la questione del celibato dei sacerdoti, la mancata riforma della curia romana, il no al coinvolgimento del clero nelle nomine dei vescovi e dei vescovi nell’elezione del Papa. La Dominus Iesus è soltanto uno dei documenti, pubblicato sotto Papa Woitila, che segnano una tappa verso una restaurazione dello status quo ante Concilium. È una grande tragedia per la Chiesa di oggi che essa non riesca ad avanzare sulla via del Vaticano II e che a Roma continuino a fare di tutto per bloccare il rinnovamento, a bloccare il processo unitario ecumenico con i protestanti e con gli ortodossi. Solo qualche parola e gesto, ma non un’azione efficace.»

Ancora delusioni.

«Ma la mia vita non è solo fatta di delusioni. Ho scritto e sono stato letto e seguito, sono avanzato nel mio lavoro scientifico, nelle ricerche ecumeniche, e dal problema dell’unità dei cristiani a quello della pace tra le religioni, fino al tema dell’etica mondiale, che è adesso al centro del mio lavoro. Non è come per alcuni politici delusi, c’è una linea di lavoro che continua e che sono convinto servirà.»

Lei si chiede in qualche pagina a proposito di “grandi occasioni” della sua vita: poteva andare diversamente?

«Di “grande occasione” della mia vita io parlo a proposito del mio incontro con Papa Montini. Alla fine del Concilio mi invitò a entrare al servizio della Chiesa. Gli risposi: Santità, sono già al servizio della Chiesa. Lui pensava alla curia, alla gerarchia. Io non ho voluto entrare in questo sistema. Ma non per principio. Sarebbe stato diverso se lui avesse fatto una vera riforma della curia. Entrare invece dentro il sistema attuale non avrebbe avuto per me alcun senso. Così ho cercato di rendermi utile per un’altra via: continuare lo studio, facendo una teologia critica costruttiva.»

Ma certe riforme si possono davvero aiutare da fuori, non si può fare di più da dentro?

«No, non quando non c’è uno spiraglio di democrazia, non quando vige un regime come quello di Luigi XVI. Non avevo intenzione di fare il teologo di corte. Il ruolo non faceva per me. Il mio destino sarebbe stato identico a quello di Ratzinger o altri. Ho continuato a seguire la mia via come Bing Crosby, nel film Going my way

Bella la storia del personaggio del film, un cappellano che si rifiuta di seguire gli ordini del parroco conservatore. Mi dica sinceramente: ritiene chiusa la storia di questo pontificato in senso conservatore?

«Questo Papa ha fatto sbagli seri però si è mostrato anche capace di correggersi. Gli devo essere grato perché il suo predecessore non ha mai risposto a nessuna mia lettera, lui invece mi ha immediatamente ricevuto nel 2005: una cena e diverse ore di colloquio impegnato. È stato un atto veramente coraggioso. Dunque nonostante molti passi indietro non ho perduto la speranza che sia capace di altri atti coraggiosi.»

  1. Ecco…uno come Kung potrebbe essere il prototipo di un nuovo papa…che non sarà mai! Eppure non necessita essere teologi per capire l essenza del cristianesimo in origine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *