Incontriamo i profughi che potranno
diventare cittadini turchi

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Gli eventi del 15 luglio in Turchia sono ormai ben noti: un gruppo dissidente delle forze armate ha tentato un colpo di stato, fallito nel giro di un paio di ore. Nel corso di una notte, circa 300 persone sono morte e più di mille sono rimaste ferite negli scontri tra l’esercito e i sostenitori del Presidente Recep Tayyip Erdoğan. A seguito del tentato golpe, Ankara ha dichiarato tre mesi di stato di emergenza ed ha avviato una caccia contro i seguaci di Fetullah Gülen, predicatore auto-esiliatosi in America accusato dell’organizzazione del colpo. La situazione nel paese è molto tesa: nelle ultime settimane, sostenitori di Erdoğan scendono in strada tutte le sere, incitati dallo stesso Presidente. Suonando i clacson delle auto, mentre dalle casse suona ad alto volume l’inno nazionale, sventolano bandiere ed inneggiano all’unità nazionale contro la sventata minaccia di un colpo militare.

Così come i cittadini turchi sono stati toccati dagli eventi, quella notte e nei giorni successivi lo sono stati in egual misura anche i cittadini siriani. Secondo il quotidiano turco Hürriyet, un rifugiato siriano è ancora in coma in ospedale dopo essere stato colpito da un colpo d’arma da fuoco nelle strade di Istanbul, mentre manifestava a favore del governo. Nella capitale Ankara, alcuni manifestanti hanno preso di mira negozi siriani del quartiere Önder, danneggiandone almeno 30 mentre festeggiavano lo scampato pericolo. La Turchia ospita circa 2,5 milioni di sirani, accolti dopo la decisione del governo di aprire le frontiere nell’aprile 2011. Nel 2013 il Parlamento ha approvato una legge per riconoscere una protezione temporanea e garantire l’accesso ai servizi di base, cioè educazione, salute e lavoro. La necessità di questa legge è stata dettata dal fatto che la Turchia, pur essendo firmataria della Convenzione di Ginevra, mantiene ancora la limitazione geografica, per la quale solo i cittadini europei possono richiedere asilo politico. Nel corso degli ultimi 5 anni, il governo ha mandato segnali contrastanti: pur impegnandosi nell’avviciare il sistema di asilo e le garanzie agli standard europei, la carenza di infrastrutture e capacità amministrativa rende impossibile l’applicazione di molte delle politiche dichiarate. Ma c’è un altro fattore che rende i siriani ancora più vulnerabili: la politica di accoglienza è stata dettata dal partito di governo, l’Akp, senza nessun tipo di condivisione con gli altri partiti in parlamento e soprattutto senza implementare politiche di integrazione e favorire l’incontro tra la popolazione e siriana e la comunità ospitante. Prendiamo come ultimo l’esempio dell’annuncio del Presidente Erdoğan della garanzia di cittadinanza ai siriani: questa questione così delicata è stata affrontata il 3 luglio durante una cena per celebrare la fine del Ramadan. A seguito molti cittadini turchi hanno espresso il loro dissenso lanciando l’hashtag #ÜlkemdeSuriyeliİstemiyorum (non voglio siriani nel mio Paese) che è diventato trending topic su twitter in Turchia. Già prima del tentato colpo di stato, la comunità siriana viveva in una grande incertezza e negli ultimi tempi si erano moltiplicati episodi di discriminazione e razzismo. La sera del 15 luglio, molti hanno avuto paura di perdere anche quel poco di stabilità raggiunta.

“Ero andata a dormire presto quella sera, mia madre mi ha chiamata da Damasco dicendomi che era in corso un colpo di stato in Turchia; è stato strano che per la prima volta fosse mia madre a chiamare me e non viceversa.” Così Sana mi racconta di quella notte e di quello che ha pensato mentre aerei militari volavano bassi nella città dove vive, e aggiunge “ho saputo da mia madre che alcune milizie pro-Assad a Damasco festeggiavano il colpo di stato e la sconfitta di Erdogan sparando in aria e qualcuno è rimasto ferito. Questo mi ha fatto molto arrabbiare, e la mia arrabbiatura superava di gran lunga la preoccupazione per la situazione qui ad Istanbul”. In un alimentari siriano nel quartiere di Aksaray ad Istanbul, Mustafa mi racconta che proprio il 15 è riuscito, dopo due giorni di attesa alla frontiera, a far entrare in Turchia la moglie. “Siamo arrivati ad Istanbul praticamente quando i militari erano in strada. Mia moglie ha pensato che fossi matto e mi ha chiesto perché l’avessi portata in questo paese. Ma già il giorno dopo la situazione è tornata alla normalità. Adesso ci stiamo godendo questa luna di miele, era circa un anno che non la vedevo.” Poco distante da Aksaray, Khaled che gestisce una scuola siriana con circa 400 alunni mi dice che, per la prima volta in 5 anni che è in Turchia, quella notte ha avuto paura. “I nostri figli erano molto spaventati, perché molti brutti ricordi sono riaffiorati. In Siria ad un certo punto non eravamo più spaventati perché le cose succedevano tutti i giorni; qui è stato improvviso e inaspettato e questo ci ha spaventato anche di più.” In un bar di Istiklal incontro Tara, una giovane pianista siriana, che mi racconta di aver saputo di quello che stava succedendo mentre era con degli amici. “Quando ho saputo che era in corso un golpe, mi sono preoccupata solo di due cose: il mio conto in banca e dove andare dopo, perché senza un conto non puoi andare da nessuna parte. Con i soldi puoi fare tutto, anche se sei siriano.”

Il colpo di stato può avere nel lungo tempo due tipologie di ripercussioni sulla comunità siriana in Turchia. Dal punto di vista interno, i siriani potrebbero essere spinti a schierarsi al fianco di qualche partito nella crescente polarizzazione del panorama politico turco. Già in molti riconoscono come naturale una simpatia della comunità siriana per l’odierno governo e per il partito Akp a causa delle politiche unilateralmente adottate e in qualche misura, per una condivisa fede all’islam sunnita. In realtà, non esistono dati a riguardo: non esistono sondaggi né ricerche strutturate, ma solo opinioni. In questo senso, è molto pericolosa la narrazione mediatica della comunità siriana come gruppo monolitico che pensa e reagisce uniformemente ad un dato evento. Non è così. I 2,5 milioni di siriani in Turchia rappresentano molto probabilmente uno spaccato della società siriana, con classi sociali e ceti diversi. Uniformarne il pensiero dal punto di vista politico è un’operazione molto pericolosa, soprattutto in un contesto estremamente polarizzato come quello turco. In secondo luogo, gli eventi del 15 notte destano numerosi interrogativi sul futuro dell’accordo stretto tra la Turchia e l’Unione Europea per fermare il flusso di migranti che attraversano il Mar Egeo. Anche se il flusso sembra essersi drasticamente ridotto a seguito del suddetto accordo, nelle scorse settimane Ankara ha pressato l’Unione Europea per adempiere alla sua parte del patto, cioè sbloccare i 3 miliardi di euro promessi e completare la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. Dopo il tentato colpo di stato e il conseguente giro di vite che ha riguardato il sistema giudiziario, l’esercito, il sistema dell’istruzione e non da ultima la stampa turca, l’accordo sembra traballare ancor di più. Nel caso in cui non dovesse resistere a questo terremoto politico, allora ci sarebbero rilevanti conseguenze sulla popolazione siriana rifugiatasi in Turchia. Sia dal punto di vista interno che da quello delle relazioni con l’Unione Europea, i 2,5 miliardi di rifugiati siriani rischiano di essere strumentalizzati dal governo: così come sono stati utilizzati come moneta di scambio per avere accordi vantaggiosi con l’EU, i siriani rischiano di entrare nel gioco politico dell’Akp e divenire arma contro le opposizione interne. Insomma, il colpo di stato potrebbe colpire i siriani da angoli diversi: alcuni sono più ottimisti, altri, con un sorriso che nasconde una certa paura, mi confidano: “meglio non parlare di quello che potrebbe succedere in Turchia…dai, sarà come in Siria prima o poi.”

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