Con Renzi e gli altri saranno le prime primarie vere?

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Con la sfida di Matteo Renzi la questione delle primarie, da discussione astratta e un po’ asettica, diventa una partita concreta e reale: un duello, con quell’elemento di passione e di gusto per la partecipazione che la politica può dare.

Certo, è una partita problematica, e per certi aspetti surreale, visto che non se ne conoscono ancora le regole e, date le incertezze sul prossimo sistema elettorale, nemmeno la coalizione di riferimento. E c’è quindi il rischio che chi deciderà le regole – l’establishment di partito – lo faccia a uso e consumo del proprio candidato di riferimento, il segretario. Ma la partita è decisiva, anche per il futuro dello schieramento riformatore.

Renzi parte svantaggiato, come ovvio. Il Partito Democratico – che le primarie le ha introdotte per volontà di vertice e con il consenso entusiasta dell’elettorato, ma subìte in parte dell’apparato – non ha ancora interiorizzato che esse servono per scegliere il leader, e quindi non ci dovrebbe essere, di default, un candidato di partito, per il semplice motivo che anche lo sfidante appartiene allo stesso partito. Ma tant’è, le inerzie dominano, e per i più il candidato di partito sarà Bersani. Ma, tra tanti altri oppositori del segretario, Renzi ha avuto il merito di decidersi e di autocandidarsi al rinnovamento della leadership: in maniera esplicita, e dall’interno del PD, anche se nel frattempo sono maturate le candidature interne di Laura Puppato (e forse di altri) e quelle esterne di Vendola e di Tabacci. In questo ruolo può intercettare molti malumori.

Bersani, come segretario, e per la competenza dimostrata da ministro, piace a molti, e il consenso ricevuto alle primarie lo dimostra. Ma Bersani non rappresenta solo se stesso, rappresenta un modello di partito e di politica avversata da molti che pure hanno stima personale nei suoi confronti. Di fatto, rappresenta la continuità con il modello PCI-PDS-DS alleato alla tradizione DC-Popolari-Margherita, e i volti della eterna nomenclatura dei partiti fondatori, mentre molti che hanno sostenuto il PD avrebbero voluto un’altra cosa, un progetto diverso, innovativo rispetto agli schemi della prima e della seconda repubblica, fatto di metodi e di volti nuovi, che non rappresentassero l’establishment del passato. Renzi vuole coalizzare questo dissenso per trasformarlo in proposta politica, in questo andando al di là delle tradizionali etichette destra-sinistra; e con l’appoggio di persone diverse, più giovani della media, che in questi anni non hanno avuto la possibilità di far sentire la propria voce all’interno del PD: che per questa ragione ha perso, per proprie responsabilità, parte significativa del capitale sociale di partito nuovo, alternativo agli schemi del passato, che aveva all’inizio.

E’ significativo che per lanciare la sua sfida Renzi abbia scelto il Veneto, che non è la sua terra, e nemmeno un luogo dove il PD e il centrosinistra sono forti. Al contrario, una regione dove governa il centrodestra, in cui il centrosinistra gode di un consenso inferiore alla media nazionale, e non ha mai dato grandi prove elettorali, e quindi tanto più bisognoso di rinnovamento radicale e di riscatto. Per una volta, quindi, il Veneto anticipa l’agenda politica nazionale del centrosinistra. Perché partono da qui, di fatto, le primarie. E perché anche una veneta corre per vincerle. Vero, Bersani ha fatto il suo discorso d’investitura alla festa del PD di Reggio Emilia. Ma il suo passaggio alla festa regionale di Padova a due giorni di distanza dalla discesa in campo, venetissima, di Renzi, consente un confronto in diretta significativo, sullo stesso palco. Vediamone alcuni elementi, per capire.

 

Molta gente, per Bersani: ma età media elevata. Molta attenzione, anche: c’è domanda di sapere e di capire. Ma relativamente pochi applausi, e di una parte soltanto del pubblico: non come segno di dissenso, ma forse di maturazione dell’elettorato. C’è la crisi: non è più tempo per le liturgie. Lui, il segretario candidato, è diretto, affabile, concreto, capace anche di autoironia. Lo stile è sobrio e privo di polemiche: nessuna bassezza facile, nessun attacco agli avversari interni, a cominciare da Renzi, ed esterni. Parla a lungo di posti di lavoro e crisi, citando a Alcoa, Sulcis e Ilva, sottolineando la sua vicinanza ai drammi del lavoro e la sua esperienza da ministro dell’industria, rivendicando le sue liberalizzazioni. Afferma che bisogna andare oltre Monti, aggiungendo al rigore, che sottolinea come necessario, più lavoro, più equità e più diritti: anche quelli che non è popolare rivendicare, come quelli degli immigrati.
Non una parola invece sulla modernizzazione della pubblica amministrazione, sul suo malfunzionamento, una tara che rende difficile la vita dei cittadini e allontana gli investitori, sulla riduzione delle tasse almeno sul lavoro e sui vincoli all’impresa, o sulla questione settentrionale, dimenticata insieme al federalismo – di riforme strutturali, quindi. Dimenticanze che pesano e si pagano, in Veneto più che altrove: terra di piccola e media impresa (e anche di quella grande che compete nella globalizzazione) che produce tessuto e tenuta sociale. E una considerazione finale sul fatto che le primarie servono perché al PD serve un grande appuntamento di popolo prima delle elezioni – un aspetto meramente tattico – quasi mettendo in secondo piano il fatto che servano a scegliere il prossimo leader del paese.

Pubblico quasi equivalente per Renzi, ma età media di vent’anni inferiore, un’era geologica: presenti tutte le fasce, infatti, ma con una forte presenza di venti-trentenni, e un pubblico in parte significativa non del PD. Ci mette un po’ a scaldare la platea anche perché con la crisi le battute non interessano più, la gente vuole contenuti. Ma molti più applausi, più convinti e diffusi. Parla a braccio, in piedi, microfono in mano: anche questa una novità di stile. Parte da cosa è successo negli ultimi 25 anni (quel quarto di secolo che fa la differenza tra l’elettorato dell’uno e dell’altro), in cui non c’era né internet né il cellulare, per parlare di futuro e di proposte: sciorinando cifre e dati a raffica (chi continua ad accusarlo di non avere contenuti dovrà cominciare a preparare uno schema con quelli dell’uno e dell’altro, e confrontarli).

Morde molto di più gli avversari esterni, da Grillo alla Lega a Vendola, di cui mostra la foto insieme a Diliberto, Ferrero e Di Pietro che presentano la raccolta di firme contro l’abolizione dell’articolo 18, indicandolo come esempio della sinistra da cui stare lontani. Cita anche lui Alcoa e Sulcis, ma per dire anche verità spiacevoli sui costi delle politiche dei sussidi e l’assistenzialismo del passato: e forse, anche se poco percepita, sta qui una delle differenze più forti con Bersani. E cita i temi taciuti dal segretario: pubblica amministrazione da riformare e pressione fiscale da abbassare, parlando degli imprenditori con rispetto; parlando poco, invece, di diritti. Invoca, come Bersani, più Europa ma anche quella della mobilità sociale e del merito, la ‘generazione Erasmus’, non solo quella del welfare. E lamenta l’assenza dell’Europa politica in Siria o nella difesa dei cristiani in Nigeria. Non si nega al repertorio sul rinnovamento e la rottamazione, ma con più discrezione che in passato. Infine, chiede il voto anche degli elettori potenziali ma non iscritti al PD che sono lì presenti, e sono molti.

Ma il duello, nel giorno di Renzi, è diventato inaspettatamente una sfida a tre. Compare la candidatura di Laura Puppato, ex-sindaco di Montebelluna e capogruppo del PD in regione, attraverso un’intervista a Repubblica di Concita De Gregorio. Una candidatura che nasce in maniera autonoma, di taglio più ambientalista e sociale, capace di rispondere a chi vuole il rinnovamento e teme l’establishment che sta dietro a Bersani, ma non ama il lato liberista di Renzi. Nata in maniera clamorosamente mediatica (chi lo dice di Renzi oggi forse scopre che è un metodo diffuso e forse irrinunciabile) e indipendentemente dalla struttura di partito, che ha mostrato tutto il suo fastidio.

Che può intercettare un consenso significativo, certamente ben vista in Veneto, ma ancora sconosciuta sul piano nazionale, anche se le primarie sono un’ottima vetrina. Certo, il salto da Montebelluna alla premiership è più lungo di altri, ma Puppato è comunque figura spendibile. In Veneto, con lei, il PD avrebbe avuto un risultato certamente migliore di quello ottenuto con lo scialbo Bortolussi della Cgia di Mestre, l’ennesimo omaggio mal ripagato al centro. Di certo toglierà a Renzi una parte del voto rinnovatore, ma da sinistra. E a Bersani – probabilmente in misura minore, facendo in questo un oggettivo involontario favore al segretario – una parte dell’elettorato femminile, e più sensibile ai temi ambientali. La polarizzazione principale resta quindi tra Bersani e Renzi, ma non si sa mai. Per la prima volta le primarie potrebbero essere davvero aperte e contendibili, regolamento permettendo. E anche questa è una novità politica di rilievo, per l’Italia.

Restano gli altri candidati. Vendola è finora l’unico alleato acquisito della campagna alleanze del PD. E rischia di mostrarsi controproducente per Bersani. La foto del Palazzaccio è in questo senso più problematica di quella di Vasto: con Vendola, alleato a parole del PD, a difendere l’art. 18 e di fatto a criticare la scelta del PD di votare la riforma Fornero, insieme a tutti i micro partiti della galassia di sinistra che del PD sono acerrimi nemici. Una scelta che potrebbe costare cara a Vendola anche in termini di voti alle primarie: una parte della sinistra del PD avrebbe certamente votato per lui. Di fronte a una politica che potrebbe spaccare anziché sbilanciare a sinistra, questo elettorato rischia di ritrarsi, e attestarsi su Bersani.

Tabacci, in nome e per conto dell’Alleanza di centro e del redivivo Rutelli, può contare su un voto di stima e un minimo di popolarità in Lombardia, ma si tratta di percentuali irrisorie, come attestano tutti i sondaggi svolti fino ad ora: anche quelli che su Bersani e Renzi danno percentuali significativamente diverse, da quelle che danno in largo vantaggio il segretario a quelle che evocano una quasi parità di intenzioni di voto.

E poi ci sono le incognite: da Stefano Boeri, che dalla giunta milanese ha annunciato la sua candidatura alle primarie mesi fa, dopo aver perso quelle con Pisapia, ma poi è scomparso dalla scena; a Pippo Civati, che sembrava un candidato naturale alle primarie, in nome del rinnovamento interno e di una critica netta ma costruttiva al ceto dirigente del PD, ma, preceduto nel tempo da Renzi, pare poco intenzionato ad aggiungere la propria candidatura, che a questo punto rischierebbe l’irrilevanza.

E’ dunque una partita più incerta di quella di altre primarie del passato, quella che si profila. Che, al di là delle accentuazioni personalistiche su cui soprattutto si incentra l’attenzione dei media, evoca progetti effettivamente diversi di futuro per l’Italia. Una partita seria, quindi. Che potrebbe essere decisiva non solo nella scelta del futuro premier, ma anche per indicare il destino del centrosinistra e dello stesso Partito Democratico.

 

  1. Ottima e condivisibile analisi dei positivi fermenti che, finalmente, muovono il centro sinistra e riattivano l’interesse per la buona politica. Incrociamo ora le dita e speriamo che non prevalga la paura della casta di potere che, per timore di dover abbandonare le poltrone alle quali è incollata, non riesca a manipolare le regole delle primarie, scupando tutto.
    Certo che, pur avversando in tutto e per tutto Berlusconi, da archiviare senza se e senza ma, si deve riconoscere che dice una verità quando afferma che “con Renzi anche in Italia si avrebbe una moderna socialmemocrazia europea”; mentre dice una delle sue solite solenni panzane quando afferma che “Renzi porta avanti idee contenute nel programma (qual’è?) del “suo” (in senso padronale) PDL

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